Il dibattito sull’impatto dei media digitali non riguarda più solo il tempo che passiamo davanti a uno schermo, ma la salute stessa del nostro cervello. Durante l’incontro “Destinazione vita” ad Albizzate, il noto psicoterapeuta Alberto Pellai ha lanciato un allarme forte e chiaro: l’architettura dei moderni social media rischia di trasformare le menti dei giovani in “poltiglia”.
Ma cosa si nasconde dietro le interfacce colorate e i video brevi che scorrono senza sosta?
Un algoritmo che “legge” l’utente
Pellai ha spiegato come le piattaforme odierne siano gli strumenti di profilazione più sofisticati mai creati. Non si limitano a registrare i nostri interessi, ma analizzano reazioni biologiche profonde. Secondo l’esperto, questi sistemi monitorano persino la dilatazione delle pupille per capire istantaneamente quali immagini catturano l’attenzione e quali generano eccitazione.
L’obiettivo è il sequestro dell’attenzione: un meccanismo studiato per prolungare il tempo di permanenza online, creando una sorta di dipendenza digitale che colpisce i ragazzi proprio nella fase più delicata della loro crescita.
La strategia delle “due velocità”: cervelli di Serie A e di Serie B
Uno dei punti più controversi toccati da Pellai riguarda la gestione differenziata delle piattaforme a seconda dell’area geografica, con un particolare riferimento ai modelli orientali rispetto a quelli occidentali.
Il sospetto sollevato è che esista una sorta di strategia geopolitica dell’intelligenza:
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In Oriente (modello protetto): Le versioni locali dei social sono inserite in un sistema rigidamente regolato. Per i minori esistono limiti di tempo ferrei e l’algoritmo è programmato per dare priorità a contenuti educativi, scientifici e divulgativi. L’obiettivo sembra essere quello di crescere una generazione competitiva e preparata (“Serie A”).
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In Occidente (modello libero): Le piattaforme puntano quasi esclusivamente sull’engagement estremo. Contenuti leggeri, sfide virali e intrattenimento puro dominano il feed, spesso a scapito della capacità di concentrazione e del pensiero critico (“Serie B”).
Il rischio della “poltiglia cognitiva”
La provocazione di Pellai è un invito a riflettere sulla natura di questi strumenti. Se una tecnologia viene progettata per essere istruttiva in patria e puramente ipnotica all’estero, è necessario porsi delle domande. In Occidente, la logica del profitto ha portato a sistemi che favoriscono l’emozione immediata rispetto alla riflessione profonda.
Verso una consapevolezza necessaria
Il messaggio dello psicoterapeuta non è un rifiuto della modernità, ma una richiesta di protezione. Senza regole chiare e senza una guida educativa da parte di genitori e istituzioni, il rischio è che i giovani diventino consumatori passivi di un flusso che non controllano.
Riconoscere che i social non sono “neutri”, ma strumenti progettati per influenzare il nostro comportamento, è il primo passo per trasformare un potenziale “inferno” in uno strumento che sia davvero al servizio della crescita umana.
Pensi che la distinzione tra contenuti “educativi” e “di intrattenimento” proposta in altri Paesi possa essere una soluzione applicabile anche nelle nostre scuole e famiglie, o la consideri una limitazione eccessiva della libertà individuale?
Nota editoriale
Questo contenuto è stato realizzato con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisionato dalla redazione.
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