La riforma degli istituti tecnici e professionali non verrà rinviata, ma sarà applicata con alcune modifiche per evitare conseguenze negative sui docenti. In particolare, è stato raggiunto un accordo che punta a salvaguardare le cattedre e prevenire esuberi, cioè situazioni in cui gli insegnanti rischiano di perdere il posto o di essere trasferiti perché non ci sono abbastanza ore disponibili.
Il punto di equilibrio è stato trovato l’8 aprile durante le procedure di conciliazione previste dalla legge sul diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali (legge n. 146 del 1990). Al confronto hanno partecipato il Ministero dell’Istruzione e del Merito e diversi sindacati della scuola (Cisl scuola, Uil scuola, Snals, Gilda e Anief). La Flc-Cgil non ha aderito all’intesa, mantenendo la richiesta di ritirare completamente la riforma.
Grazie all’accordo, i sindacati firmatari hanno sospeso lo stato di agitazione proclamato il 1° aprile. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha assicurato che nessun docente perderà la propria cattedra a causa della riforma, che rientra negli interventi previsti dal PNRR e si collega anche al modello formativo cosiddetto “4+2” (quattro anni di scuola secondaria più due di specializzazione tecnica superiore).
Obiettivo immediato: evitare esuberi nel prossimo anno scolastico
Le organizzazioni sindacali hanno scelto di concentrarsi su risultati concreti e immediati, soprattutto in vista dell’anno scolastico 2026/2027. Il rispetto delle scadenze del PNRR è fondamentale perché eventuali ritardi potrebbero compromettere l’arrivo dei finanziamenti europei destinati al sistema scolastico.
Tra i punti principali dell’intesa ci sono:
- evitare la creazione di docenti in esubero nel breve periodo;
- modificare alcuni aspetti del decreto-legge 144 considerati critici;
- rivedere i quadri orari, cioè la distribuzione delle ore di insegnamento nelle diverse materie.
Secondo Ivana Barbacci, segretaria generale della Cisl scuola, l’accordo ha accolto le richieste principali dei sindacati, garantendo una tutela immediata per i docenti mentre prosegue il lavoro di revisione normativa.
Tavolo tecnico per rendere stabile la riforma
L’intesa prevede due fasi:
- protezione immediata degli organici, per evitare riduzioni di posti nel prossimo anno scolastico;
- avvio di un tavolo tecnico che dovrà rivedere le classi di concorso, cioè le regole che stabiliscono quali insegnanti possono insegnare determinate materie.
Il Dipartimento per il sistema educativo, guidato da Carmela Palumbo, ha confermato che le prossime indicazioni operative saranno orientate proprio a impedire la formazione di docenti soprannumerari, in linea con una nota ministeriale già inviata alle scuole il 19 marzo.
Un ulteriore sostegno arriva da un emendamento al PNRR approvato alla Camera, promosso dalla deputata Giovanna Miele insieme ad altri parlamentari della Lega e poi riformulato dal Governo. Il testo stabilisce che le scuole dovranno utilizzare la propria autonomia organizzativa senza generare esuberi di personale. Il via libera definitivo del Senato è atteso a breve, così da non rallentare le procedure di mobilità dei docenti per il prossimo anno.
Flessibilità oraria per salvare le cattedre
Il Ministero pubblicherà una nuova circolare per chiarire come utilizzare gli strumenti di flessibilità organizzativa già previsti dalla normativa scolastica. Se in precedenza i dirigenti scolastici potevano scegliere se usare queste soluzioni per evitare esuberi, ora diventerà un obbligo.
In pratica, nei casi legati direttamente alla riforma, sarà possibile mantenere una cattedra anche con un numero di ore inferiore alle 18 settimanali, che rappresentano l’orario standard di insegnamento. Questa misura serve a garantire continuità didattica e stabilità occupazionale almeno nella fase di transizione.
Va precisato però che la tutela riguarda solo gli eventuali esuberi causati dalla riforma, non quelli determinati da altri fattori come il calo demografico o la diminuzione delle iscrizioni.
Restano incognite sugli effetti nel lungo periodo
La Flc-Cgil ha chiesto al Ministero una valutazione dettagliata dell’impatto della riforma sulle cattedre, soprattutto nel primo biennio dei nuovi percorsi, e una previsione degli effetti complessivi quando il sistema sarà a regime.
Molto dipenderà dal numero di studenti iscritti nei prossimi anni e dall’andamento demografico, che in alcune aree del Paese è in diminuzione e potrebbe ridurre il fabbisogno di docenti.
Le eventuali modifiche alle classi di concorso richiederanno tempi più lunghi: anche se il tavolo tecnico dovesse raggiungere rapidamente un accordo e il Parlamento approvasse le modifiche, i cambiamenti difficilmente entrerebbero in vigore prima dell’anno scolastico 2027/2028.
L’obiettivo dichiarato del Ministero è arrivare a una struttura stabile della riforma in tempo utile per le iscrizioni, così da offrire a scuole, studenti e docenti un quadro chiaro e prevedibile.
Nota editoriale
Questo contenuto è stato realizzato con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisionato dalla redazione.
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