Economia: Il gas alle stelle/ La transizione (divisiva) in cui ognuno pensa per sé – Il Messaggero

Vi sono oggettive ragioni perché l’energia sia diventata un problema di importanza crescente e drammatico nell’intero quadro dell’economia e della politica mondiale. Lo squilibrio senza precedenti fra domanda e offerta globale sta causando situazioni di effettiva scarsità e, di conseguenza, aumenti di prezzo pesanti e generalizzati. La prima ragione di tale squilibrio è l’ormai lungo periodo di insufficienti investimenti nel petrolio e nel gas senza un equivalente sviluppo degli impegni nelle nuove energie. A questo si aggiunge il fisiologico, ma non sufficientemente valutato, aumento della domanda di energia dovuta alla ripresa economica. Quest’aumento nel consumo non è tuttavia un elemento anomalo o un dato provvisorio in quanto, salvo la sciagurata ipotesi di un crollo globale dell’economia, esso non è certo destinato a diminuire.

Le politiche di risparmio nei consumi energetici non stanno infatti producendo i risultati tanto spesso decantati e non tengono conto dell’impressionante aumento della domanda di energia nel continente asiatico, dove nascono come funghi nuove centrali elettriche che fanno uso non solo di combustibile nucleare, ma anche di molto gas e tantissimo carbone. L’opinione pubblica viene a sua volta distratta dal mito del passaggio all’auto elettrica, come se la sostituzione del petrolio con l’elettricità  fosse di per sé stessa un elemento positivo per l’ambiente, senza tenere conto di come viene prodotta l’energia elettrica necessaria per muovere le automobili.
Il bilancio energetico mondiale offre quindi messaggi del tutto inattesi e inquietanti. Uno su tutti: lo scorso anno ha visto il consumo mondiale di carbone superare ogni precedente livello e le analisi dell’Agenzia Internazionale per l’Energia prevedono un fortissimo ulteriore aumento anche per l’anno in corso. Tutto questo a dispetto delle dichiarazioni e degli impegni assunti nei summit mondiali sull’ambiente che si sono susseguiti da Kyoto fino a Parigi. 

La forza dell’economia finisce col prevalere su ogni impegno politico. Prendiamo ad esempio gli Stati Uniti, dove l’aumento della produzione di gas per effetto del così detto shale gas, faceva prevedere una sua sostituzione al carbone che, a parità di calorie, risulta doppiamente inquinante. Ebbene, nello scorso anno, il consumo di carbone negli Stati Uniti è aumentato di ben il 17%. La crescita del prezzo ha reso infatti conveniente esportare il gas verso i mercati stranieri, aumentando l’uso del carbone nelle centrali elettriche domestiche. A loro volta le società petrolifere americane, cominciando dalla Exxon Mobil, hanno deciso un forte aumento delle nuove esplorazioni, invertendo la politica precedente.

Tutti questi avvenimenti ci offrono un doppio insegnamento. Il primo è che la transizione verso le nuove energie è un processo lungo e complesso, in conseguenza del quale il mondo rimarrà dipendente da quelle tradizionali per ancora un lungo periodo di tempo. Il secondo insegnamento è che gli investimenti nella ricerca e nella produzione delle nuove fonti debbono essere moltiplicati e non possono essere lasciati nelle mani di un solo paese, come è accaduto, nel caso della Cina, per il solare. Una corretta transizione implica che il calo nell’impiego delle fonti tradizionali avvenga senza produrre periodi di scarsità che favoriscono il ritorno all’utilizzo di fonti di minore costo e più inquinanti. Essa deve essere inoltre accompagnata da un maggiore investimento nella ricerca e nella produzione delle energie alternative. 

Come logica conseguenza di questi ragionamenti si dovrebbe ritenere ovvio l’avvento di una comune politica energetica europea. Gli eventi in corso stanno invece provocando un’ulteriore divaricazione fra i diversi paesi: dalla Spagna che tende ad eliminare l’uso del carbone alla Polonia che ne vuole impiegare sempre di più, dalla Germania che esce totalmente dal nucleare alla Francia che, proprio in questi giorni, ha reso pubblico il progetto di fondarsi soprattutto sulle centrali nucleari. Questo, come ha dichiarato Macron, non solo per riprendere il controllo del proprio destino energetico, ma per rispettare gli impegni assunti nei confronti del cambiamento del clima e del controllo dei costi per i consumatori. 

Ci troviamo quindi di fronte a politiche fra di loro incompatibili, che provocano divaricazioni fra i paesi europei non solo nel campo dell’economia, ma anche nella politica estera: basti pensare al diverso livello di dipendenza dalla Russia in conseguenza di una maggiore o minore dipendenza dal gas. Per tutti questi motivi è del tutto ragionevole la decisione di utilizzare tutte le risorse energetiche già disponibili nel nostro paese (a partire dal gas dell’Adriatico) ed è altrettanto ragionevole, anche se si tratta di un problema oggi non affrontabile, chiedersi se abbia senso bandire l’energia nucleare dal territorio italiano ed essere poi circondati da impianti nucleari lungo tutti i nostri confini, senza nemmeno condividere la strategia della ricerca in questa materia. Nel marzo del 1957, agli albori del progetto europeo, si diede vita all’Euratom proprio perché al di là dei suoi impieghi militari, il settore nucleare era così delicato da dovere essere necessariamente condiviso. Una condivisione che, anche dopo tanti decenni, sembra essere sempre più lontana.

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