Ruoli regionali dei prof in bilico

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Presidi come gli altri dirigenti

Il premier Conte ha chiesto a Bussetti una soluzione per giovedì. Sindacati in fibrillazione

Alessandra Ricciardi

Il vaso di pandora dell’autonomia differenziata da ieri è stato ufficialmente riaperto. In un mega vertice a palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte, il ministro competente per gli affari regionali, Erika Stefani, che ha messo a punto le proposte di intesa con le regioni, e tutti i ministri interessati, i relativi sottosegretari, capi di gabinetto e uffici legislativi. Uno squadrone a metà tra livello politico e tecnico che ha passato in rassegna i nodi pendenti dei singoli dossier oggetto di autonomia differenziata, dalla sanità alla cultura.

Uno degli scogli più impervi da superate è quello che interessa il sistema dell’istruzione, dove tra l’altro più forti sono anche le differenze politiche tra Lega e M5s. Per i governatori leghisti di Veneto e Lombardia, Luca Zaia e Attilio Fontana, l’autonomia in materia di istruzione, e in particolare di gestione del personale, è la chiave di volta per superare anche l’annosa problema della scopertura delle cattedre ad avvio di ogni anno scolastico. Per il M5s, come ha rappresentato ieri il sottosegretario all’istruzione Salvatore Giuliano, si tratta invece di difendere a spada tratta unità nazionale e con essa le ragioni del Sud.

No dunque a ruoli regionali per i docenti, no a concorsi tarati su esigenze locali, no anche a contratti integrativi regionali finanziati con le maggiori entrare della singola realtà. Il ruolo deve restare unico, come il contratto, che tra l’altro, fanno notare dall’Istruzione, le intese finora elaborate non mettevano in discussione assicurando a tutti i docenti lo stesso trattamento di base nazionale. Posizioni, quelle dei grillini, condivise anche dal Pd. Dice Camilla Sgambato, responsabile Scuola del Partito democratico. «La scuola deve essere nazionale, si può chiedere maggiore autonomia pur salvaguardando il sistema d’istruzione come sta facendo il presidente Bonaccini».

Nel faccia a faccia con i leghisti, i pentastellati hanno avuto modo spendere anche l’intesa sottoscritta sempre a palazzo Chigi dal premier con i sindacati della scuola. Che di autonomia scolastica non vogliono proprio sentir parlare. «Sistema unitario nazionale, un solo contratto, un solo reclutamento, il premier mantenga i suoi impegni», dice la segretaria Cisl Scuola, Maddalena Gissi. Se il ministro dell’istruzione Marco Bussetti si è detto convinto di poter persuadere anche i sindacati della bontà dell’autonomia, sul modello della scuola del Trentino, dal reclutamento allo stipendio dalla mobilità ai piani di studio, replica Pino Turi, segretario Uil scuola: «Convinceremo piuttosto noi il ministro che il modello Trentino non solo non è esportabile nelle altre regioni italiane ma è un modello sbagliato che mostra tutte le sue contraddizioni: l’influenza tedesca ha prevalso su quella italiana… Un sistema chiuso che non ha dialogato neanche con i sistemi delle regioni viciniori». Sul piede dei guerra la Flc-Cgil: «Non staremo a guardare inerte allo scempio che si vuole fare della Carta Costituzionale e del sistema scolastico e dell’istruzione del Paese e ci prepariamo fino d’ora alla mobilitazione del personale nelle forme democratiche necessarie, esclusa nessuna», dice il segretario Francesco Sinopoli, «fino a che questo sciagurato disegno non venga deposto definitivamente nel cassetto».

Il premier Conte ha chiesto a Bussetti di trovare una soluzione tecnica che tenga conto delle esigenze politiche del M5s. A detta degli osservatori, è proprio il ruolo regionale quello più in bilico del dossier scuola, anche per alcuni rilievi di tipo costituzionale che sono stati sollevati e che potrebbero essere forieri di giudizi pesanti da parte della Consulta. Una soluzione, quella che ci si attende da Bussetti, che poi dovrà andar bene anche ai governatori leghisti. Il prossimo round è previsto per giovedì mattina.

Pietro Guerra

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